I miei 5 dischi

Ascolto molta musica. Strimpello, anche.

Le preferenze e le passioni sono cambiate a seconda dell’eta’, dello stato d’animo, delle “esperienze” (termine che non mi piace granche’).

Ci sono pero’ alcuni punti fermi che considero sempre come i miei riferimenti discografici. Per diversi motivi sono i cinque dischi che mi porterei nell’isola deserta: per motivi sentimentali, per ricordi, perche’ un po’ mi rappresentano o anche perche’ molto semplicemente li considero dei gran dischi dal punto di vista strettamente musicale.

Ad esempio, tra le mie canzoni preferite c’e’ la sigla di Capitan Harlock, anche se mi rendo conto che il contributo all’arte sia limitato o perfino discutibile.

Tornando ai dischi, li vado a elencare e descrivere brevemente, in ordine assolutamente casuale.

Born to run – Bruce Springsteen, 1975

Springsteen ha aperto la porta a tutto quello che ascolto adesso. Lo e’ stato paradossalmente con un disco che ora non mi piace affatto, ma che e’ il suo piu’ venduto, “Born in the USA”. All’epoca mi entusiasmo’ e mi appassionai al personaggio. Un po’ come funziona Internet, attraverso dei link legati in qualche modo alla sua musica, ho allargato l’orizzonte e scoperto molto.

Alcuni suoi dischi mi piacciono ancora molto, poco da fare. “Born to run” e’ un gran disco: pensare che l’autore ha solo 25 anni (e’ il 1975) lo rende ancora piu’ impressionante. Mi piace perche’ in qualche modo descrive l’America come e’ nella mia fantasia, un paese di lunghe strade nel deserto, macchine decapottabili e motel, provincia da tuta blu. E, non trascurabile, grande musica, e una band che e’ una macchina da musica.

Nel video, “Thunder road” dal vivo, molte copertine e molti miliardi fa, nell’anno di grazia 1978.

Bringing it all back home – Bob Dylan, 1965

Dylan, come dire, siede alla destra del Padre. L’immagine da profeta della pace, menestrello, etc etc. e’ solo quella che vende meglio e che usano critici tipo Luzzato Fegiz. Ma questo disco, come gli altri della trilogia di cui fa parte (“Blonde on blonde” e “Highway 61 revisited”), poco ha a che vedere con quella immagine (peraltro limitata a una minima parte dell’opera complessiva di Dylan) e porta suoni e testi assolutamente sconosciuti a quei tempi.

Avrei potuto scegliere uno qualsiasi dei tre, ma questo spicca per il video che segue, che dimostra quanto il personaggio fosse avanti a tutti, di qualche decennio: si puo’ vedere uno dei primi videoclip, il primo pezzo simil-rap, la prima forma di karaoke… Oltre 4o anni fa.

A session with the Remains – The Remains, 1966

I Remains sono un gruppo sconosciuto, ma di culto. Questo disco e’ la registrazione di un provino discografico, energico, ben suonato, adrenalinico. Nello stesso anno fecero da apripista ai Beatles, durante la tournee’ dei baronetti. Suonero’ blasfemo ma ho sempre preferito questi cinque ragazzotti di Boston.

Avrebbero meritato molta piu’ fortuna. Il video-chicca sotto ne cattura con efficacia l’energia.

The Velvet Underground and Nico – The Velvet Underground and Nico, 1967

Questo e’ il disco totale. Nel senso che c’e’ tutta la musica a venire. Una famosa battuta dice che pochissimi lo hanno comprato allora, ma coloro che lo hanno fatto si sono poi messi a fare musica.

Ho avuto la fortuna di vederli, un po’ di anni fa a Bologna. Una delle poche reunion di vecchi gruppi che non si rivela patetica, anzi.

Ancora oggi, a distanza di 40 anni esatti, le sonorita’, il linguaggio, sembrano al di fuori di ogni epoca.

Le canzoni vanno dalla estrema violenza sonora e testuale, a una indicibile dolcezza ed equilibrio melodico. Come “Sunday morning”, nel video qui sotto.

Horses – Patti Smith, 1975

“Horses” e’ etichettato come disco punk. Ogni definizione e’ in realta’ riduttiva e ogni etichettatura azzardata.

Patti Smith passa attraverso sonorita’ diverse in modo totalmente personale, abbastanza personale da indurre i critici a cercarne l’erede in ogni disco rock al femminile prodotto negli anni seguenti.

Il disco emana spirito, passione, vitalita’ in ogni traccia, in ogni solco. E’ rabbioso, triste e poetico.
La sua versione di “Gloria” dei Them e’ uno di quei pochi casi in cui una riproposizione supera l’originale.

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